L’ipocrisia dei flagellanti: perché è inutile e controproducente gridare “Europa, vergognati!”

Di SONIA CAPOROSSI

Mi si perdoni il metalogismo: personalmente, ritengo che di fronte alla foto di Aylan Kurdi, il piccolo profugo siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, dire “Europa vergognati” invece, al limite, di “Isis vergognati” equivalga, dal punto di vista logico, a rispondere alla domanda “Che ore sono?” con “oggi pasta e fagioli”. A me sembra, infatti, che corrisponda ad  uno di quei casi in cui l’emotività di massa prende il sopravvento in modo delirante sulla ragione.

Occorre innanzitutto capire perché il piccolo Aylan sia dovuto morire lontano da casa, sia dovuto scappare dai fantasmi del suo paese invece di potervi crescere libero e felice; e questo indipendentemente dal fatto che insieme alla famiglia vivesse in Turchia come rifugiato da tre anni, e per tale motivo si fosse visto rifiutare i documenti d’asilo politico dal Canada, paese in cui il padre pensava di approdare illegalmente via mare passando per Kos, come scrive il Guardian il 3 settembre. Aylan è comunque morto dopo esser stato costretto a lasciare il suo paese a causa della guerra civile, è divenuto un simbolo in tal senso e le elucubrazioni sull’opportunità o meno di compiere una traversata pericolosa quando non si è in immediato pericolo di vita lasciano il tempo che trovano, profugo o clandestino che fosse, specialmente conoscendo il trattamento riservato in Turchia alla gente di origine curda (ma le cose, come vedremo spesso nel presente articolo, sono sempre più complicate di come sembrano, specialmente quando si individuano vittime e carnefici in modo eccessivamente manicheo: la minoranza curda fomentata nell’odio etnico dai Turchi, ad esempio, partecipò attivamente al primo genocidio armeno del 1894-1896).

Tuttavia, comprendere la complessità delle recondite motivazioni di questa epocale migrazione è il vero atteggiamento che dovremmo tutti adottare, invece di limitarci a lanciare messaggi di supporto morale o al contrario di razzismo immorale e, soprattutto, invece di lanciare anatemi amorali in puro stile Tafazzi contro noi stessi e contro ciò che siamo in quanto occidentali ed Europei.

I contrasti etnico-religiosi che dilaniano la Siria sono all’origine dell’esodo di massa di sei milioni e mezzo di siriani che stanno preferendo in questi ultimi tre anni la migrazione alla sottomissione, alla fame o, peggio, alla morte.

La verità è che la gente siriana scappa dalla povertà ma soprattutto dal terrore islamico, e il terrore islamico è primigenio, coranico in senso istituzionale, sta scritto nero su bianco nel Libro, così come, del resto, nel nostro Libro (la Bibbia) c’è scritto il nostro terrore, il nostro orrore, il nostro errore e la nostra vergogna: ad esempio che un padre giace ubriaco con le figlie e che un Dio falsamente misericordioso brucia le città con tutti i suoi abitanti perché hanno peccato. No, signori, non è stata l’Europa a generare l’Isis: l’Isis è nata per partenogenesi dal Libro, proprio quel Libro in cui, in una ambigua crasi di sublime metafisica e inarrivabile empiricità, sono parimenti rintracciabili pagine di infinito amore ma anche d’odio, versetti di rispetto, ma anche di barbarie.

Certo, l’Europa ha le sue colpe: eppure, ragionare esclusivamente in termini di colpa, individuando i colpevoli e le vittime e restare paghi di questa stessa individuazione è semplificare, è un atteggiamento da pantofolai facebookiani che non risolve proprio nulla, anzi lascia tutto com’è, nell’immobilismo autodenigratorio di chi usa una furbizia per lavarsene in realtà le mani. E tuttavia, non è solo questo: inquadrare infatti il discorso esclusivamente in termini di colpevolezza dell’Occidente, magari argomentando in modo ben più serrato che l’Europa ha prodotto l’imperialismo colonialistico e che l’asse atlantico ha avviato le guerre per il petrolio in tutto il Medio Oriente per meri fini utilitaristici di parte, non individua comunque la motivazione culturale del perché il Medio Oriente, oggi, abbia prodotto l’ISIS, che è un movimento di conquista terroristica del mondo sulla base dell’ odio religioso. Certo, l’Europa dal canto suo ha prodotto le Crociate, ma eravamo nel Medioevo; certo, l’Europa ha prodotto il terrorismo integralista cattolico di Anders Breivik che è nostro coetaneo, ma l’orrore che la sua strage ha generato è il frutto di un asociale, di un individuo isolato; certo, l’Europa ha prodotto Le Pen e Salvini, che isolati non sono, ma le loro ruspe per fortuna sono (finora) solo metaforiche; quanto a quelle dell’ISIS, chiediamolo alle pietre di Palmira; chiediamo ai decapitati il loro orrore, chiediamo ai suoi Imam cosa significa jihad o guerra santa.

Eppure, molti risponderebbero che proprio l’ISIS, se non letteralmente almeno in un certo senso, è un prodotto dell’Occidente, perché gli USA con alleati annessi hanno finanziato e armato il terrorismo islamico per fare i loro porci comodi in Medio Oriente, salvo poi farsi sfuggire la situazione di mano. Vero. Ma ridurre l’ISIS a un cagnolino dell’Occidente mi pare, nella situazione attuale, quanto meno riduttivo: il cane è scappato dal guinzaglio da un bel po’, come del resto Al Qaeda, e adesso sta mordendo quello che un tempo aveva l’illusoria parvenza di essere il padrone, un padrone che in realtà stava solo giocando col fuoco. Per questo, la vera domanda che ci si dovrebbe porre è: ammesso che USA e alleati abbiano allevato la serpe in seno come del resto già accaduto in Afghanistan, che diamine ce ne facciamo, concretamente, di questa consapevolezza retroattiva ora che il cane è scappato dal recinto? Continuiamo a darci le bottigliate sull’inguine come il già citato Tafazzi per sentirci a posto con la coscienza? Troppo facile fare mea culpa, e soprattutto, troppo facile così.

La verità è che s’avverte davvero l’urgenza di comprendere in che modo e perché il cane si sia rivoltato contro il padrone, e la motivazione più recondita, fra le tante che ci sono e che giustamente vanno considerate nella loro complessità, è di natura culturale: la ragione più intima è appunto la conflittualità etnico-religiosa che opprime non solo la Siria ma, notoriamente, tutto il Medio Oriente.

Le cose, dunque, sono molto più complesse del semplicistico voler ridurre l’argomento alla colpevolezza dell’asse occidentale. È del resto notorio che gli Stati Uniti intervengano militarmente solo dove sia presente un loro interesse economico o politico diretto, attraverso loscheduling metodico di una fantomatica “esportazione della democrazia”, modalità esecrabile anche perché ormai in realtà non ci crede più nessuno. Non è un caso che in Somalia, nonostante la guerra civile fosse iniziata nel lontano 1991, gli USA siano intervenuti ufficialmente a fermare il genocidio solo nel 2007 e solo con la scusa delle infiltrazioni di Al Qaeda nel paese. Prima di allora c’era stato uno sparuto intervento dell’ONU nel periodo 1992-1995, una gitarella dei caschi blu davvero risibile in quanto non risolutiva e mal condotta:  evidentemente della Somalia non frega nulla a nessuno.

Appurato dunque che l’Occidente interviene solo quando gli interessa, che è come scoprire l’acqua calda, il passo ulteriore è quello di capire che l’ISIS si autoalimenta con l’odio religioso e con i conflitti etnici, che sono motivazioni per l’appunto culturali, e che nemmeno nella guerra ad Assad l’ISIS è più controllabile da chi l’ha finora finanziato. Assad è uno sciita in un paese a prevalenza sunnita: l’elemento religiososignifica talmente tanto che l’Iran è intervenuto pro Assad e la Turchia invece è a favore dei sunniti proprio per questo motivo. L’odio etnico – religioso fra sciiti e sunniti, del resto, ci sembra una causa cogente dell’estensione progressiva del conflitto in quanto è di origine atavica in tutta l’area, così come il conflitto religioso contro l’Occidente, dalla formazione dell’Impero Islamico alle Crociate, dalle conquiste arabe e  ottomane del Mediterraneo ai pirati saraceni, dalla cacciata dei moriscos di Spagna alla questione palestinese, al sionismo, allo Stato d’Israele. Certo, anche in passato negli Europei gli interessi economici e politici hanno spesso machiavellicamente prevalso sulle motivazioni meramente religiose: basti pensare alla Quarta Crociata e a una Repubblica di Venezia che invece di attaccare i musulmani saccheggia Bisanzio; ma più spesso ci siamo lasciati andare ad atti inconsulti di origine eccessivamente pasionaria anche per la nostra esperienza e sensibilità, come quando la Spagna s’è rovinata con le sue stesse mani per mero razzismo religioso perseguitando e bandendo moriscos emarranos, ovvero l’intera classe sociale dei mercanti e dei finanzieri, condannandosi così, all’alba dell’unità del Regno, al declino economico e sociale.

Le questioni, come si vede, sono molto complesse anche in senso storico, e proprio per questo non ha senso pensarle in termini di “colpa”: per riuscire a decostruire l’errore insito in chi ragiona in questo modo, bisogna scomporre le cose in parti, adottando un procedimento analitico. In Siria, la situazione è talmente complessa che si arriva al paradosso di mettere d’accordo riguardo Assad Israele e Hezbollah! Il paese, in particolare, si trova geopoliticamente al centro di un crocevia di immane significanza etnico – religiosa e, quindi, culturale: “Basta guardare la cartina di questa parte di mondo per farsi un’idea: la Siria è crocevia tra l’Islam sunnita – dalla penisola araba fino alle propaggini asiatiche dell’Iraq – l’Europa turca e il confine asiatico dove dominano le potenze che contendono agli Stati Uniti la supremazia mondiale, le superpotenze russa e cinese. E non pare esserci molto spazio residuo per la presenza sciita (Libano, Siria, Iraq e Iran) nell’ipotesi di un nuovo scacchiere mediorientale.”, scrive ad esempio Luciano Tirinnanzi *.

Un altro motivo fondamentale per il quale è un grave errore ragionare in termini di colpa è che, indipendentemente dal fatto di attribuire la colpa a noi o a loro, ciò ci impedisce antropologicamente di metterci negli occhi degli altri per guardare con la loro prospettiva. Il concetto machiavellico in base al quale l’Islam è il mezzo e lo Stato il fine, a ben vedere, è un rimanere confinati all’interno del nostro paradigma interpretativo occidentale. l’Islam è infatti il vero fine di chi grida Allah Akbar: consideriamo ad esempio che “Allah è il più Grande” era l’inno della Libia dal colpo di stato di Gheddafi nel 1969 fino alla guerra civile del 2011. In uno Stato Islamico l’elemento religioso e quello politico non possono ritenersi separati: è questo un fatto di cui noi occidentali non possiamo avere esperienza diretta che per visto o sentito dire dal di fuori, perché elemento culturale troppo diverso da noi; questo perché, a differenza degli Stati islamici, siamo usciti ormai da sette secoli dalla teocrazia.

E invece, riflettiamo sulla concomitanza dell’elemento sciita, che coinvolge geopoliticamente Iran e Iraq, e dell’elemento estremistico salafita, che vuole la Shari’a in Siria e nell’intero Golfo Persico. Lo stesso movimento panarabista, storicamente, è sorto sull’egida di motivazioni etnico-religiose locali. Una volta comprese implicazioni di questo tenore, tutto il resto è corollario: allora si potrà anche notare come l’uso da parte di Assad delle armi chimiche contro i ribelli sia solo una scusa che ha utilizzato il premio Nobel per la pace Obama per giustificare umanitaristicamente l’intervento militare USA; quanto meno bizzarro, da parte di una Nazione come gli Stati Uniti che utilizzarono l’uranio impoverito contro Saddam nella prima guerra del Golfo. Allora si potrà anche notare l’interesse dei paesi occidentali nei confronti dei principali paesi produttori di petrolio e, viceversa, il disinteresse così poco umanitaristico nei confronti dei paesi poveri parimenti scossi da genocidi e guerre civili. Eccetera, eccetera.

Insomma, dire “è tutta colpa nostra” non risolve proprio nulla, anzi, a ben vedere è controproducente ed anche un pochino ipocrita, perché ci assegna, in modo precipitosamente anticipatorio rispetto all’analisi, una soluzione facile e pronta nell’attribuzione delle cause, una soluzione che ci fa stare masochisticamente e paradossalmente in pace con la coscienza proprio nel momento in cui ci autoaccusiamo di essere gli unici responsabili, e proprio per ciò devia la nostra attenzione dalla legittima e doverosa comprensione delle implicazioni recondite, che sono sempre, in primis, locali. E così, si torna al punto. “Europa vergognati!” in un quadro del genere risulta essere un improperio quanto meno riduttivo, fuori fuoco e, a parte questo, del tutto inutile: serve solo a lanciarsi  in mea culpa pasionari nell’unico modo in cui, ipocritamente, sappiamo liquidare le questioni complesse che ci danno il mal di testa: cristianizzandoci come i millenaristi, ovvero gridando “anatema su di noi!” e dandoci le frustate da soli.

Per chiudere con la tragedia citata all’inizio, aggiungiamo questa piccola provocazione, ancorché secondaria, ininfluente, peregrina: come a dire che non c’entra nulla, ma se proprio vogliamo autoflagellarci, magari potremmo cominciare a riflettere su questo. Il piccolo Aylan è stato trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, e Bodrum è l’antica Alicarnasso; e Bodrum è nel sud della Turchia, e la Turchia è dal 2005 che non la vogliamo in UE perché, ipse dixit, oltre al negazionismo del genocidio degli Armeni, la Turchia viola i diritti umani in quanto Stato islamico che segue le leggi coraniche.

Europa, che fai, ti vergogni o passi?

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* su Panorama del 28/08/2015.

CRITICA IMPURA

Profughi siriani in Turchia Profughi siriani in Turchia

Di SONIA CAPOROSSI

Mi si perdoni il metalogismo: personalmente, ritengo che di fronte alla foto di Aylan Kurdi, il piccolo profugo siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, dire “Europa vergognati” invece, al limite, di “Isis vergognati” equivalga, dal punto di vista logico, a rispondere alla domanda “Che ore sono?” con “oggi pasta e fagioli”. A me sembra, infatti, che corrisponda ad  uno di quei casi in cui l’emotività di massa prende il sopravvento in modo delirante sulla ragione.

Occorre innanzitutto capire perché il piccolo Aylan sia dovuto morire lontano da casa, sia dovuto scappare dai fantasmi del suo paese invece di potervi crescere libero e felice; e questo indipendentemente dal fatto che insieme alla famiglia vivesse in Turchia come rifugiato da tre anni, e per tale motivo si fosse visto rifiutare i documenti d’asilo politico dal Canada, paese in cui il padre pensava di approdare…

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