Maurizio Manzo e il rizomatico potere della Parola – Demiurgo

Maurizio Manzo, “Rizomi e altre gramigne”, Ed. Zona Contemporanea 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

“Demiurgica la vena del mutare prospettive e destini, qualora la poesia si ponga quale dimensione di ordine liturgico”, ha scritto Gian Ruggiero Manzoni in una breve nota critica preposta a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo. Ordine liturgico e rizomatica demiurgica mi sembrano definizioni pertinenti al fare poetico di questo versificatore originale che non disdegna i riferimenti filosofici del poststrutturalismo per offrire al critico e al semplice fruitore la chiave di lettura della propria poetica, a cominciare dalla citazione tratta da Millepiani posta in calce alla propria opera: “…il rizoma connette un punto qualunque con un altro punto qualunque e ognuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a tratti della stessa natura, mette in gioco regimi di segni molto differenti e anche stati di non-segni. […] Un rizoma non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza”.

Se ne deduce che la poesia, per Maurizio Manzo, possiede una natura deleuzianamente nomadica e organica, strutturata com’è per successive stratificazioni, percorsi randomizzati e sentieri ininterrotti che si biforcano intrecciandosi sui crinali indecidibili della significanza polirematica ma che, nell’assemblaggio del discorso poetico, decidono razionalmente di darsi un senso; e tuttavia questa de-cisione si compie nell’istante stesso del proprio de-cedere, ovvero nell’atto indefesso e mai lasso del mancamento di univocità e di-rezione.

In questo senso, un libro di poesia non è altro che è un espositore prefabbricato (per dirla con un concetto di Gianluca Zoni), in cui i nodi rizomatici si connettono all’interno di un sistema aperto in cui fare Rete semantica, interconnessione e hyperlink logografica diviene per il poeta il primum. Si può infatti immediatamente osservare come la maggior parte dei componimenti della silloge siano strutturati in una strofa di cinque versi ampi, abbondantemente ipermetri, antimusicali nella forma e crassamente antifrastici e stranianti nel contenuto. L’unità sintagmatica preferenziale che Maurizio Manzo sviluppa sistematicamente è proprio il verso in quanto tale, che deve essere internamente considerato nel suo dispiegarsi come un tutto attraverso i nessi interni che lo abitano e lo animano. La liturgia della Parola, per questo motivo, si ritualizza attraverso una forma espansa e reiterata, quella strofica appunto, fenomenologizzata talvolta in un lirismo metamorfico, ovvero trasformato dalla chimica lessematica del gioco linguistico di volta in volta assembrato, altre volte sotto forma di labili connessioni di significato fra il titolo e il proprio dispiegamento ex-hibito. Una ritualità allopatica e antinaturista, elaborata dal Poeta-Demiurgo nel laboratorio segreto della mente, sia che si diano alla lettura scorci sentimentali e paesaggi interiorizzati, sia che vengano messe in atto descrizioni quasi alla Ponge di oggetti, gesti, sensazioni, in una sorta di Alchimia del Verbo 3.0 in cui la libera lezione associativa tra immagine e percezione di Rimbaud non è che una delle vaghe suggestioni sparse nel testo.

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* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne, Zona Contemporanea 2016, segnalazione.

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