“On an Odissey of self-discovery”: il Veliero Capovolto di Massimo Rizza e l’Archetipo del Viaggiatore Interiore

Di SONIA CAPOROSSI *

Nell’anelito della poesia-che-osa-dire-il-suo-nome, ogni istanza figurale ritrova in un archetipo letterario la propria cartina tornasole. È il caso del veliero capovolto di Massimo Rizza, silloge che ha vinto nel 2016 il concorso Opera Prima di Poesia 2.0, tutta incentrata sul percorso immaginifico e metasemantico di una sorta di tu lirico corrispondente, se è possibile pontificare tra archetipi, a un moderno antieroe joyciano che scandisce il proprio nostos interiore riconfigurato attraverso le varie fasi di un’esistenza particolare. La materia letteraria di cui è composto l’archetipo sottintende che il veliero in questione, capovolto di senso, coli a picco verso la fine delle significanze univoche o verso una rinnovata assenza di definibilità che è contemporaneamente presenza a se stessi nel tu dialogico, «on an Odissey of self-discovery», come recita l’inno all’Ulysses dei Dead Can Dance: perché il magma incandescente che pulsa e borbotta sotto il mantello del linguaggio sospinge ogni pioniere quantico ad andare alla deriva nella pangea della parola, a ricercare se stesso e l’altro da sé alla luce diafana di un poetare analogicamente connesso con la sostanza umana universale. Il tu apostrofico della silloge, come un nuovo Ulisse, «naufrago dell’impotenza» e in balia delle onde dell’inconscio, ovvero del «tu sepolto» che richiama l’indecifrabile introspezione del porto ungarettiano, ermetico nel senso pieno e misteriosofico del termine, si ritrova a viaggiare sui binari paralleli di un errare metamorfico, di un vagare nell’attesa (parola tema ricorrente) che è sospensione nell’ignoto dell’esserci, ovvero, con le parole del poeta, nel «cuore dell’attesa» fra le «atrabili labbra dell’assenza». Scopo supremo del viaggio è, come si diceva, «l’ultima visione della fine», la figuralità di una siepe leopardiana al contrario che non consente la visione entropica dell’infinito, bensì lo scandaglio disilluso del finito e del perfectum. La percezione estetica del Dasein, in questo senso, è ricondotta dall’autore alla natura syn-logistica del senso e «posta nell’anticamera del testo»: è, insomma, una trama che riesce a offrire la prefigurazione del «senso della fine» giacché l’esistenza, sia essa scandita attraverso sequenze per una storia d’amore o corpi in attesa, si accoccola in posizione quasi logico-fetale, nel «fondo del discorso», nel ventrale fluire del presente che ritrova, nell’alveo confortante dell’istante, la sua catartica fissità, come in un cielo di stelle fisse in cui incidere la forma del linguaggio, giacché «i punti della costellazione si colgono muti dove assenza e divenire regolano l’effimero al mutare della parola». L’attitudine filosofica ravvisabile nel textus, nella trama a granaglie speculative di Rizza, affida l’opera all’ampio alveo della poesia di ricerca e sospende il giudizio di liricità laddove i confini, già prima estremamente labili e aleatori, fra le due istanze del poeticumcitate, in questa opera enigmatica e densa sembrano aver perso, da un punto di vista sia critico che estetico, completamente mordente e significato, in direzione di una superiore fusione degli opposti. Come sempre accade, si accennava all’inizio, a ciò che è possibile chiamare, in un rinnovato sapere aude!, davvero poesia.

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* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Massimo Rizza, Il veliero capovolto, Anterem Edizioni, 2016, finalista.

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