Sonia Caporossi, “HyperGrass” (2018)

Sonia Caporossi, “HyperGrass”, digital art, 2018
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Tanti Auguri di Buone Feste a tutti i lettori da Sonia Caporossi e da Critica Impura!

CRITICA IMPURA

Tanti Auguri di Buone Feste a tutti i lettori da Sonia Caporossi e da Critica Impura!

Sonia Caporossi, "Another Sinusoidal Christmas Tree", 2016 Sonia Caporossi, “Another Sinusoidal Christmas Tree”, 2016

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Sonia Caporossi, “Radix Interrupta” (2015), digital art

CRITICA IMPURA

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Sonia Caporossi, "Radix Interrupta", 2015 Sonia Caporossi, “Radix Interrupta”, 2015 – digital art

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Bologna in Lettere 2015, Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

CRITICA IMPURA

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Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

Il Comitato Bologna in Lettere, con il Patrocinio del Comune di Bologna, con il Patrocinio – per le iniziative relative alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, in collaborazione con il Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Marco Saya Editore, in collaborazione con Cassero Lgbt Center, con il contributo di Coop Adriatica,  presenta “Sistemi d’Attrazione”, la Terza Edizione del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea: “Bologna in Lettere”.

Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30. Le prime 5 giornate verranno realizzate nei locali del “Cassero”, Via Don Minzoni 18. Nel corso dell’ultima giornata avrà luogo una maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00 presso

Cassero Lgbt Center (Via Don…

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Moonstone, diciassettesima puntata seconda serie, 12/05/2014: the playlist

Federico Fiumani
Federico Fiumani

Osom – Osom

Ten Minutes To Now – Rust

Alan Parsons – Mammagamma

Diaframma – Siberia

Levinhurst – Sadman

Corso D’Opera – Terraferma

Ten Minutes To Now – Unsafe & Relaxed

Clawfinger – Vienna (Ultravox Cover)

Quiet In The Cave – Phase

Blur – Repetition

Duran Duran – The seventh Stranger

Spandau Ballet – To cut a long story short

Massimo Volume – Il primo Dio

Trashmonkeys – Attitudes in stereo

Radiohead – Paranoid Android

Negative – Lost soul

Devo – (I can’t get no) Satisfaction

Duran Duran – Fame (Bowie Cover)

Joy Division – Sister Ray (Velvet Underground Cover)

Asteroid – Little fly

Queen & David Bowie – Heroes

Galacktica – Homo Nihilus

Pet Shop Boys – Love comes quickly

Pillow – Jack in the fourth

Premiata Forneria Marconi – Impressioni di Settembre

RotoR – Neoplan

Soundgarden – New Damage

Talking Heads – Mind

Alan Parsons Project – The Raven

Thomas Dolby – She blinded me with science

Truckfighters – Nitro

Venus – White star line

Win Mertens – Struggle for pleasure

Alan Sorrenti – Vorrei incontrarti

Wellen – Waiting

Void Generator – Stretched sunlight

Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio, ogni lunedì dalle 21 a mezzanotte suhttp://www.radiocentromusica.it

In FM su:

ITALIA 93.700 – 107.200 – 87.500 – 96.50 – 87.750
EUROPA 97.100
STATI UNITI 97.100
AMERICA LATINA 97.100

Per contatti: moonstone@radiocentromusica.it

Sonia Caporossi

 

disartrofonie. “Il trittico della Shoah” di Sonia Caporossi

Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014)
Sonia Caporossi, “Shoah n. 1″ (2014)

 

Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014)
Sonia Caporossi, “Shoah n. 2″ (2014)

 

Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014)
Sonia Caporossi, “Shoah n. 3″ (2014)

Perchè questo cruciverba del male anticipa scie di scale di grigi?

E dire che la mia dedizione alla digital art, che è annosa visto che comincio ad interessarmene e a praticarla graficamente nel 1998, è cominciata all’insegna dei colori accesi. L’argomento della Shoah da me toccato in questo trittico non poteva, a mio parere, essere espresso che evocando il colore grigio in tutte le sue forme. Questo colore storicamente ha subito una serie di incomprensioni feroci da parte dei fruitori d’arte. Non è vero, ad esempio, che si tratti di “bianco sporco”, perché questa concezione, se data per buona, sminuirebbe l’autonomia estetica e la valenza autodeterminantesi del grigio come forma, in senso latino, in quanto tale. È vero che si ottiene mescolando blu rosso e giallo, ma l’essere questi tre dei colori primari ne oscura quasi l’intima indipendenza, la posizione risoluta e risolutiva di colore cardine dell’esistenza, rappresentazione  immaginifica di condizioni impresse nell’événementiel, col suo essere in ciò grigio neutro, laddove invece, se lo otteniamo mescolando ciano, magenta e giallo, sembra già più corporale, spurio, ordinario e normalizzato. Il bistro tipografico non renderebbe ragione della mostra delle atrocità che il nazismo e la Shoah sono state e sono ancor oggi. Ecco perché il grigio, in questo trittico, l’ho un po’ maneggiato e scardinato, in virtù di un uso abbastanza oculato di Photoshop, perché si piegasse al mio desiderio di rappresentare simbolicamente il conflitto sospeso nel tempo di un dolore, pasolinianamente, masochistico e sadico insieme (penso a Salò o le 120 giornate di Sodoma in questo momento).

Le linee oblique che sottostanno alle caselle bianche e nere della vita e della morte sembrano annunciare la scelta di terzi sull’una e l’altra, sulla vita di altri popoli. Perché gli individui diventano informi poligoni oltre alcun caleidoscopio nella seconda immagine del Trittico?

Non c’è alcun riferimento a Goya, alla fucilazione del Tre Maggio 1808, se è questo che intendi. L’humanitas antihumanitas, l’umanità disumana di Goya nel mio trittico è portata all’estremo livello della decostruzione in forme prima squadrate, che rappresentano simbolicamente le prime leggi antiebraiche in Germania e Italia, e poi, dopo la conferenza di Wannsee e la Soluzione Finale, crassamente sinusoidali, giacché l’uomo all’interno della semiosfera del nazismo conclamato non è neanche più uomo, figuriamoci se possa essere disumanizzato, ovvero sottratto del modo e dell’attributo dell’humanitas in se stesso. Diciamo che il trittico è incentrato su uno sviluppo temporale simbolico: la scacchiera bianca e nera rappresenta evidentemente la costituzione interna di una società a compartimenti stagni, all’interno della quale, come disse Hitler in persona la notte fra l’11 e il 12 luglio 1941, “quando il nazionalsocialismo avrà regnato per un periodo abbastanza lungo di tempo, non sarà più possibile concepire una forma di vita diversa dalla nostra”. E poi, pian piano, prende piede anche graficamente la fenomenologia della catastrofe: i campi di sterminio e quindi le curve sinusoidi della Storia ubriacata dall’ideologismo. Anche, perché no, dell’ideologismo controrevisionista. Quello in base al quale nella coscienza collettiva dell’umanità si vuol più o meno consapevolmente far passare la falsa notizia, avallata dalla compiacenza colpevole delle Istituzioni, che siano morti solamente sei milioni di ebrei, in barba agli omosessuali, agli zingari, ai prigionieri politici, agli handicappati, ai malati mentali, agli asociali, alle lesbiche….

In un disegno in cui il mare non si vede più perché non esiste più il blu. Nel disegno, nel piano di terzi. Il cielo è nero, le onde non sono onde quando diventano nere, sempre perché non esistono. Intanto, si compie lo sterminio.

Si compie ineluttabile ogni giorno, ogni volta che qualcuno dice “ebreo” o “frocio” in tono dispregiativo. Siamo tutti ebrei, siamo tutti gay. “God is gay”, trovai scritto per terra, nel parco antistante al Museo della Scienza di Glasgow nell’estate del 1993 quando, ventenne, andai a visitarlo insieme al mio uomo d’allora. Giacché niente, davvero, esiste ancora oggi di maggiormente cristallizzato e sospeso, rispetto a questo mastodontico enigma della Storia che ancora chiede ragione del perché e del come sia potuto accadere, come un punto interrogativo che anela risposta, un palo aguzzo confitto nelle brulle asperità della Storia, al di là delle Joy Division, delle Atrocity Exhibition, delle Notti e delle Nebbie. È per questo che noi siamo qui, a ricordarcene ogni giorno. Siccome il giorno dopo potrebbe anche benissimo non darsi e non essersi dato mai.

Nella terza immagine è troppo tardi, piovono onde di morte. Il cielo è di legno, derivato mortale della cenere morta.

Esatto, è troppo tardi. È come quando Stalin disse “una morte è una tragedia; un milione di morti, statistica”. Non c’è più sensazione né sentimento, manca l’aisthesis, volatilizzata assieme al senso intrinseco delle cose. L’universo è cullato dolcemente dalle curve di un’esistenza anestetizzata, siamo come addormentati col Ritalin, niente importa più in un mondo in cui i bambini imparano a sfogare i propri istinti omicidi primordiali ed ossessivi con i first person shooter. Siamo abituati, assuefatti al dolore. Un tempo in Grecia c’erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Oggi si parla genericamente di dramma giacché la commedia ormai, irrimediabilmente, è un’altra cosa: si confonde con la satira. Quando i generi si mescolano, non esiste più il genere; la letteratura, l’arte, la poesia non perdono il proprio gender, lo rimescolano in un’identità teratologica simile a quella della scena finale de “La mosca” di Cronenberg. Abbiamo semplicemente agglutinato gli arti carnacei scomposti del senso delle cose. Dopo Auschwitz, niente è più come prima. E questo non è neanche un insegnamento, non è neanche un monito, è bensì una constatazione. L’umanità salverà se stessa solo se recupererà un individualismo sano e maturo al di là del generico e qualunquistico stato sociale indistinto in cui tutte le vacche sono nere. Per essere meno egoisti, è questo il paradosso, bisogna tornare ad esserlo: perché le dittature, anche quelle taciute e sottese, la Storia ce lo insegna, sorgono solamente quando la propria individualità viene vilipesa, oppressa ed annullata nell’indistinzione del mucchio, disintegrando l’identità in un numero di serie o in un codice a barre. Come del resto, nel berlusconismo postrepubblicano attuale, accade biecamente ogni giorno. Senza che nessuno se ne accorga se non da compiacente.

(intervista a Sonia Caporossi a cura di Cecilia Samorè precedentemente pubblicata in Spazio Virtuale Occupato)