Incontro con l’autore: Sonia Caporossi, “Da che verso stai?” (Marco Saya Edizioni 2017), Roma, Pentatonic 25/02/2018

CRITICA IMPURA

Sonia Caporossi,
“Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi”
Editore: Marco Saya
Anno edizione: 2017
Pagine: 132 p. , Brossura
euro 15

Associazione Culturale “Villaggio Cultura Pentatonic”

Viale Oscar Sinigaglia, 18-20, Roma

Domenica 25 febbraio 2018 ore 17*

Incontro con l’autore: Sonia Caporossi

Da che verso stai? Marco Saya Edizioni 2017

Introduce Anna Maria Curci

“Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con…

View original post 205 altre parole

Annunci

VivaVoce: Sonia Caporossi legge “Da che verso stai?” – le foto dell’evento

Mercoledì 17 Gennaio alla Libreria Assaggi di Roma (zona S. Lorenzo), nell’ambito del ciclo di letture d’autore VivaVoce, davanti a un pubblico attento, partecipe e appassionato ho letto e discusso ampi estratti del mio ultimo saggio di critica sulla poesia ultracontemporanea “Da che verso stai?”, pubblicato a Maggio dell’anno scorso da Marco Saya Edizioni. E’ stata un’ottima occasione di dialogo con i lettori e gli addetti ai lavori, che ringrazio ancora per essere intervenuti. Di seguito due istantanee dell’evento.

 

 

Il citazionismo illuminato in “Global” di Stefano Della Tommasina

Stefano della Tommasina, “Global”, Oèdipus Edizioni 2017

Di SONIA CAPOROSSI *

Esiste in Global un’istanza del postmoderno nemmeno lirico, bensì più propriamente narrativo, che Stefano Della Tommasina ha compiutamente assorbito nella propria poetica, ed è il citazionismo non pedissequo, dissimulato e disperso all’interno dei versi, apparentemente risolto come chiave di lettura osteso al fruitore attraverso le note alla fine del libro, riferimenti solo apparentemente risolti che in realtà sottintendono rimandi taciuti a citazioni di citazioni, borgesianamente ritorte in una spirale infinita di significanza lasciata aperta come una perpetua finestra allo sbircio dell’ulteriore.

Se ad esempio, in riferimento alla poesia omonima, la nota spiega che “Neukölln è un quartiere (Ortsteil, in tedesco) di Berlino”, assolutamente sullo sfondo permane la citazione del noto brano di David Bowie contenuto in Heroes, icona rock già scopertamente citata altrove con Hunky Dory. Se, del resto, nei versi “Andiamo / Enola, tu ed io sul dorso dei delfini, sulle città / irreali (those that build them again are gay) / Londra Varsavia Arabia, via vai fantasma / nella Berlino vecchia e poi via, via nuovissima Turchia” il poeta annota che “non sfuggiranno le suggestioni e le citazioni da Eliot e Yeats” oltre che, ovviamente, al bombardiere di Hiroshima, tuttavia quelle culturalmente riferite agli OMD, ai Kraftwerk e di nuovo al Bowie di Low permangono nel non detto, nel lampo dell’occhiolino strizzato al lettore più esperto, in un vorticare neomassimalista di analogismi musicali che significano doppi e tripli strati di iperrealtà aumentate dalla dimensione dell’ammicco. Della Tommasina è un poeta che fa della brevità metanarrativa e del fulmen nell’explicit i propri cardini sostanziali. Quasi tutto il libro è percorso infatti da componimenti brevi e nominalmente intitolati a persone, oggetti, luoghi del proprio vissuto intrapersonale, laddove gli scorci descrittivi sono sempre introflessi, vere e proprie figurazioni dei caratteri di Teofrasto in chiave ultracontemporanea, nell’emersione quadrimensionale di tipi e aspetti dell’umano che di norma rimarrebbero altrimenti prospetticamente sommersi, come nell’illusione ottica di un astratto e astraente anamorfismo delle cose.

Ma se, in biologia, l’anamorfosi consiste nella tendenza della natura a dare vita a forme di inaudita complessità in base al principio della differenziazione e specializzazione degli individui, in Della Tommasina, in maniera non dissimile, tale tecnica lirica rappresenta il tentativo di dare forma all’informe, di plasmare il contenuto verosimile sulla base di prospettive altre, dando luogo a una progressiva stratigrafia di significanti geologicamente ed archetipicamente strutturata su linee sovrapposte di significanza, che evocano continuamente un senso altro, generando appunto una poetica differenziale nella propria peculiarità di genere e specie. Riflessioni e rifrazioni, cambi di angolazione prospettica, sguardi di sbieco, angolarità anomale e bizzarre: il quieto massimalismo tommasiniano si rifugia nella tecnica fotografica, e quasi tutti i componimenti richiamano modalità ritrattistiche fin dal titolo, come si diceva, quasi sempre situazionistico e d’occasione. La procedura formale evoca in tal modo luccicanze illuministiche attraverso il coinvolgimento della dimensione cognitiva e astraente del fruitore, nel convincimento che il barlume della ragione possa fuorviare dalla ratio fredda e statica del verso sperimentale ed esangue per -ammarare morbidamente nell’oceano aperto delle possibilità espressive.

__________________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Stefano della Tommasina, Global, Oèdipus Edizioni 2017, segnalazione.

“On an Odissey of self-discovery”: il Veliero Capovolto di Massimo Rizza e l’Archetipo del Viaggiatore Interiore

Di SONIA CAPOROSSI *

Nell’anelito della poesia-che-osa-dire-il-suo-nome, ogni istanza figurale ritrova in un archetipo letterario la propria cartina tornasole. È il caso del veliero capovolto di Massimo Rizza, silloge che ha vinto nel 2016 il concorso Opera Prima di Poesia 2.0, tutta incentrata sul percorso immaginifico e metasemantico di una sorta di tu lirico corrispondente, se è possibile pontificare tra archetipi, a un moderno antieroe joyciano che scandisce il proprio nostos interiore riconfigurato attraverso le varie fasi di un’esistenza particolare. La materia letteraria di cui è composto l’archetipo sottintende che il veliero in questione, capovolto di senso, coli a picco verso la fine delle significanze univoche o verso una rinnovata assenza di definibilità che è contemporaneamente presenza a se stessi nel tu dialogico, «on an Odissey of self-discovery», come recita l’inno all’Ulysses dei Dead Can Dance: perché il magma incandescente che pulsa e borbotta sotto il mantello del linguaggio sospinge ogni pioniere quantico ad andare alla deriva nella pangea della parola, a ricercare se stesso e l’altro da sé alla luce diafana di un poetare analogicamente connesso con la sostanza umana universale. Il tu apostrofico della silloge, come un nuovo Ulisse, «naufrago dell’impotenza» e in balia delle onde dell’inconscio, ovvero del «tu sepolto» che richiama l’indecifrabile introspezione del porto ungarettiano, ermetico nel senso pieno e misteriosofico del termine, si ritrova a viaggiare sui binari paralleli di un errare metamorfico, di un vagare nell’attesa (parola tema ricorrente) che è sospensione nell’ignoto dell’esserci, ovvero, con le parole del poeta, nel «cuore dell’attesa» fra le «atrabili labbra dell’assenza». Scopo supremo del viaggio è, come si diceva, «l’ultima visione della fine», la figuralità di una siepe leopardiana al contrario che non consente la visione entropica dell’infinito, bensì lo scandaglio disilluso del finito e del perfectum. La percezione estetica del Dasein, in questo senso, è ricondotta dall’autore alla natura syn-logistica del senso e «posta nell’anticamera del testo»: è, insomma, una trama che riesce a offrire la prefigurazione del «senso della fine» giacché l’esistenza, sia essa scandita attraverso sequenze per una storia d’amore o corpi in attesa, si accoccola in posizione quasi logico-fetale, nel «fondo del discorso», nel ventrale fluire del presente che ritrova, nell’alveo confortante dell’istante, la sua catartica fissità, come in un cielo di stelle fisse in cui incidere la forma del linguaggio, giacché «i punti della costellazione si colgono muti dove assenza e divenire regolano l’effimero al mutare della parola». L’attitudine filosofica ravvisabile nel textus, nella trama a granaglie speculative di Rizza, affida l’opera all’ampio alveo della poesia di ricerca e sospende il giudizio di liricità laddove i confini, già prima estremamente labili e aleatori, fra le due istanze del poeticumcitate, in questa opera enigmatica e densa sembrano aver perso, da un punto di vista sia critico che estetico, completamente mordente e significato, in direzione di una superiore fusione degli opposti. Come sempre accade, si accennava all’inizio, a ciò che è possibile chiamare, in un rinnovato sapere aude!, davvero poesia.

__________________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Massimo Rizza, Il veliero capovolto, Anterem Edizioni, 2016, finalista.

Maurizio Manzo e il rizomatico potere della Parola – Demiurgo

Maurizio Manzo, “Rizomi e altre gramigne”, Ed. Zona Contemporanea 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

“Demiurgica la vena del mutare prospettive e destini, qualora la poesia si ponga quale dimensione di ordine liturgico”, ha scritto Gian Ruggiero Manzoni in una breve nota critica preposta a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo. Ordine liturgico e rizomatica demiurgica mi sembrano definizioni pertinenti al fare poetico di questo versificatore originale che non disdegna i riferimenti filosofici del poststrutturalismo per offrire al critico e al semplice fruitore la chiave di lettura della propria poetica, a cominciare dalla citazione tratta da Millepiani posta in calce alla propria opera: “…il rizoma connette un punto qualunque con un altro punto qualunque e ognuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a tratti della stessa natura, mette in gioco regimi di segni molto differenti e anche stati di non-segni. […] Un rizoma non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza”.

Se ne deduce che la poesia, per Maurizio Manzo, possiede una natura deleuzianamente nomadica e organica, strutturata com’è per successive stratificazioni, percorsi randomizzati e sentieri ininterrotti che si biforcano intrecciandosi sui crinali indecidibili della significanza polirematica ma che, nell’assemblaggio del discorso poetico, decidono razionalmente di darsi un senso; e tuttavia questa de-cisione si compie nell’istante stesso del proprio de-cedere, ovvero nell’atto indefesso e mai lasso del mancamento di univocità e di-rezione.

In questo senso, un libro di poesia non è altro che è un espositore prefabbricato (per dirla con un concetto di Gianluca Zoni), in cui i nodi rizomatici si connettono all’interno di un sistema aperto in cui fare Rete semantica, interconnessione e hyperlink logografica diviene per il poeta il primum. Si può infatti immediatamente osservare come la maggior parte dei componimenti della silloge siano strutturati in una strofa di cinque versi ampi, abbondantemente ipermetri, antimusicali nella forma e crassamente antifrastici e stranianti nel contenuto. L’unità sintagmatica preferenziale che Maurizio Manzo sviluppa sistematicamente è proprio il verso in quanto tale, che deve essere internamente considerato nel suo dispiegarsi come un tutto attraverso i nessi interni che lo abitano e lo animano. La liturgia della Parola, per questo motivo, si ritualizza attraverso una forma espansa e reiterata, quella strofica appunto, fenomenologizzata talvolta in un lirismo metamorfico, ovvero trasformato dalla chimica lessematica del gioco linguistico di volta in volta assembrato, altre volte sotto forma di labili connessioni di significato fra il titolo e il proprio dispiegamento ex-hibito. Una ritualità allopatica e antinaturista, elaborata dal Poeta-Demiurgo nel laboratorio segreto della mente, sia che si diano alla lettura scorci sentimentali e paesaggi interiorizzati, sia che vengano messe in atto descrizioni quasi alla Ponge di oggetti, gesti, sensazioni, in una sorta di Alchimia del Verbo 3.0 in cui la libera lezione associativa tra immagine e percezione di Rimbaud non è che una delle vaghe suggestioni sparse nel testo.

_____________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne, Zona Contemporanea 2016, segnalazione.

Silvia Castellani intervista Sonia Caporossi

Intervista di Silvia Castellani pubblicata il 13/10/2017 su ilgiornaleOFF.it

 

Lei è docente, filosofa, musicista, poeta e critico letterario. L’elenco non è completo. Come convivono tutte queste anime tra loro e quale spazio occupa la poesia?

La poesia è al centro della mia meditazione e della mia ricerca da sempre. Avendo compiuto studi di estetica filosofica con uno dei massimi filosofi italiani del Novecento, Emilio Garroni, che considero mio maestro e padre spirituale, l’indagine estetica sulle modalità espressive del mezzo artistico della parola sono all’origine dei miei interessi fin dai tempi dell’università. La poesia in senso estetico per me è essenzialmente forma, dato che il contenuto può essere qualsiasi cosa, ed è proprio l’istanza formale che la differenzia sostanzialmente dalla prosa”.

Stilnovo+Futurismo=Bye Bye 900 è il titolo della prefazione a Erotomaculae, a firma di Giovanna Frene, la quale sottolinea come il libro – di cui anche colpisce l’assoluta libertà della veste grafica – sia profondamente stilnovista, nonché filtrato attraverso i toni di voce dell’avanguardia: “tradizione e innovazione, che scontrandosi si sono annullate nella dimensione della pura estetica, un atto primigenio dove ritorna al centro il corpo”. Ci racconti questo corpo-poesia.

L’idea di fondere le modalità stilnovistiche della poesia d’amore per eccellenza con una veste grafica avanguardistica è sorta per una certa stanchezza, provata ogni volta che, negli ultimi anni, ho dovuto assistere al gioco sterile della vetusta querelle des Anciens et des Modernes, oggi rappresentata dall’antitesi tra poesia lirica e di ricerca. I generi letterari, a ben vedere, non hanno ragione categoriale di esistere se non in senso strutturalista e didattico, ché ogni forma di poesia travalica sempre qualsivoglia confine le si voglia porre. Erotomaculae nasce dal bisogno di individuare un medium tra l’istanza programmaticamente lirica determinata dal contenuto erotico dei componimenti (di ascendenza saffica ed omoerotica oltreché, in qualche modo, dantesca, cavalcantiana e persino catulliana) e le modalità sperimentali delle avanguardie storiche, prima fra tutte il Futurismo. Si tratta del tentativo scopertamente polemico di raggiungere qualcosa come il grado zero del poetico. Per quanto riguarda invece il corpo, esso è l’elemento che percorre l’intera natura sensuale di Erotomaculae: le macchie d’amore si raggrumano nella physis estatica del sentimento amoroso e della passione dei sensi in ogni singola pagina, che trasuda carne e sangue.

La lettura di questo suo libro è in certo modo musicale, come ci fosse uno “spartito epidermico” a guidarla, per usare l’espressione, sempre di Giovanna Frene, a riguardo. Quali i suoni di questa silloge?

La musicalità del verso è esigenza primaria, che affonda le radici nella mia seconda natura di musicista. Lo spartito viene detto ‘epidermico’: la figurazione primaria che percorre l’intera silloge è la meditazione sulla corporeità dell’eros come motivo lirico primigenio. L’elemento musicale sottolinea il nesso estetico tangibile tra il corpo come ricettacolo dei sensi e la sensazione fisica che deriva dalla lettura, permeata di una concrezione vivida di tangibilità.

Poche settimane fa ha inaugurato l’antologia permanente Poesia Ultracontemporanea. Di cosa si tratta?

E’ un’antologia permanente di poeti italiani e stranieri dell’attualità più immediata, concepita come enciclopedia del poetabile: ‘Una poesia al giorno, per sempre o quasi‘, recita il motto della rivista. Non vi troveranno posto solo i nomi più noti del panorama letterario ultracontemporaneo, termine che preferisco all’abusato ‘postmoderno’, ma saranno pubblicati anche componimenti di poeti sconosciuti e testi inediti. Poesia Ultracontemporanea rappresenta un’apertura a nuove voci, il tentativo di attuare la cosiddetta emersione del sommerso, ovvero realizzare il progetto che era già di Critica Impura, blog multidisciplinare che curo da sei anni.

Quali sono i suoi progetti poetici futuri, su cosa sta lavorando?

A breve vedrà la luce, per Marco Saya Edizioni, un’antologia di poesia ultracontemporanea incentrata sulla riflessione intorno al principio formale dell’analogia, dal titolo “La Parola Informe”: esplorazioni e nuove scritture dell’Ultracontemporaneità. Conterrà alcuni nomi fondamentali della poesia italiana di ricerca, insieme a enfant prodige e nuove scoperte personali. Per l’anno prossimo ho intenzione di tornare alla saggistica filosofica e chissà, a un nuovo libro di poesie.

CRITICA IMPURA

Sonia Caporossi, “Erotomaculae”, Algra Editore 2017

DiSILVIA CASTELLANI *

Nel Segno

nel segno che incide la carne dei polsi
nel prisma iridato che incarna i tuoi occhi

nel battito esangue del fiato che muore
squassando un delirio che affoga parole

io sento il mio istinto assetato di gioco
io vedo il mio fato forgiato nel fuoco

un significato pretende ben poco
ed altro da sé non sa di che dire

la tua sacra fame mi nutre nel cuore
strappandomi a morsi pietosi il dolore

mi salvi ogni giorno di grazia e calore
io ora contemplo la morte che muore.

***

Malattia

non è una malattia e non ne posso guarire
non è un peccato e non lo posso espiare
questo spasmo irregolare della mia coscienza
l’anomalia di un cuore che sanguina per un sì

Sonia Caporossi
(da Erotomaculae, Algra Editore, 2016)

#

copertina libroLei è docente, filosofa, musicista, poeta…

View original post 660 altre parole

Bologna In Lettere – Dislivelli Primo Step – Retrospettiva fotografica

logo dislivelli banner

Bologna in Lettere 2018  – VI Edizione – Dislivelli

Inaugurazione della nuova stagione di eventi

Sabato 7 Ottobre 2017 ore 17.30

EPS Factory, Via Castiglione 26, Bologna

A cura di Enzo Campi

La serata inaugurale della nuova stagione di eventi di Bologna in Lettere è stata interamente dedicata agli autori segnalati e ai vincitori dei premi speciali conferiti dal presidente delle giurie della passata edizione dei Premi Letterari banditi dal Festival. Tutti gli autori sono stati introdotti dai relatori attraverso motivazioni e note critiche.

Sono intervenuti i poeti:

Antonella Taravella, Enrico De Lea, Marina Pizzi

Marilina Ciaco, Lella De Marchi, Clio Nicastro

Daniela Andreis, Elena Micheletti, Silvia Rosa

Gabriele Xella, Alessandra Greco, Laura Bonaguro

Daniele Beghè, Alba Gnazi, Claudia Di Palma

Gerardo De Stefano, Riccardo Barena

relatori:

Maria Luisa Vezzali, Daniele Barbieri, Vincenzo Bagnoli

Luca Rizzatello, Sonia Caporossi, Enea Roversi

Loredana Magazzeni, Francesca Del Moro, Giusi Montali

Antonella Pierangeli, Daniele Poletti, Enzo Campi

Non essendo stato possibile rintracciare le immagini di tutti i partecipanti all’evento, ecco una retrospettiva fotografica di alcuni di essi.

Alba Gnazi
Alessandra Greco
Clio Nicastro
Elena Micheletti
Enrico De Lea
Gabriele Xella
Gerardo De Stefano
Laura Bonaguro
Lella De Marchi
Marilina Ciaco
Marina Pizzi
Sonia Caporossi
Sonia Caporossi
Sonia Caporossi
Riccardo Barena
Silvia Rosa