Il citazionismo illuminato in “Global” di Stefano Della Tommasina

Stefano della Tommasina, “Global”, Oèdipus Edizioni 2017

Di SONIA CAPOROSSI *

Esiste in Global un’istanza del postmoderno nemmeno lirico, bensì più propriamente narrativo, che Stefano Della Tommasina ha compiutamente assorbito nella propria poetica, ed è il citazionismo non pedissequo, dissimulato e disperso all’interno dei versi, apparentemente risolto come chiave di lettura osteso al fruitore attraverso le note alla fine del libro, riferimenti solo apparentemente risolti che in realtà sottintendono rimandi taciuti a citazioni di citazioni, borgesianamente ritorte in una spirale infinita di significanza lasciata aperta come una perpetua finestra allo sbircio dell’ulteriore.

Se ad esempio, in riferimento alla poesia omonima, la nota spiega che “Neukölln è un quartiere (Ortsteil, in tedesco) di Berlino”, assolutamente sullo sfondo permane la citazione del noto brano di David Bowie contenuto in Heroes, icona rock già scopertamente citata altrove con Hunky Dory. Se, del resto, nei versi “Andiamo / Enola, tu ed io sul dorso dei delfini, sulle città / irreali (those that build them again are gay) / Londra Varsavia Arabia, via vai fantasma / nella Berlino vecchia e poi via, via nuovissima Turchia” il poeta annota che “non sfuggiranno le suggestioni e le citazioni da Eliot e Yeats” oltre che, ovviamente, al bombardiere di Hiroshima, tuttavia quelle culturalmente riferite agli OMD, ai Kraftwerk e di nuovo al Bowie di Low permangono nel non detto, nel lampo dell’occhiolino strizzato al lettore più esperto, in un vorticare neomassimalista di analogismi musicali che significano doppi e tripli strati di iperrealtà aumentate dalla dimensione dell’ammicco. Della Tommasina è un poeta che fa della brevità metanarrativa e del fulmen nell’explicit i propri cardini sostanziali. Quasi tutto il libro è percorso infatti da componimenti brevi e nominalmente intitolati a persone, oggetti, luoghi del proprio vissuto intrapersonale, laddove gli scorci descrittivi sono sempre introflessi, vere e proprie figurazioni dei caratteri di Teofrasto in chiave ultracontemporanea, nell’emersione quadrimensionale di tipi e aspetti dell’umano che di norma rimarrebbero altrimenti prospetticamente sommersi, come nell’illusione ottica di un astratto e astraente anamorfismo delle cose.

Ma se, in biologia, l’anamorfosi consiste nella tendenza della natura a dare vita a forme di inaudita complessità in base al principio della differenziazione e specializzazione degli individui, in Della Tommasina, in maniera non dissimile, tale tecnica lirica rappresenta il tentativo di dare forma all’informe, di plasmare il contenuto verosimile sulla base di prospettive altre, dando luogo a una progressiva stratigrafia di significanti geologicamente ed archetipicamente strutturata su linee sovrapposte di significanza, che evocano continuamente un senso altro, generando appunto una poetica differenziale nella propria peculiarità di genere e specie. Riflessioni e rifrazioni, cambi di angolazione prospettica, sguardi di sbieco, angolarità anomale e bizzarre: il quieto massimalismo tommasiniano si rifugia nella tecnica fotografica, e quasi tutti i componimenti richiamano modalità ritrattistiche fin dal titolo, come si diceva, quasi sempre situazionistico e d’occasione. La procedura formale evoca in tal modo luccicanze illuministiche attraverso il coinvolgimento della dimensione cognitiva e astraente del fruitore, nel convincimento che il barlume della ragione possa fuorviare dalla ratio fredda e statica del verso sperimentale ed esangue per -ammarare morbidamente nell’oceano aperto delle possibilità espressive.

__________________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Stefano della Tommasina, Global, Oèdipus Edizioni 2017, segnalazione.

“On an Odissey of self-discovery”: il Veliero Capovolto di Massimo Rizza e l’Archetipo del Viaggiatore Interiore

Di SONIA CAPOROSSI *

Nell’anelito della poesia-che-osa-dire-il-suo-nome, ogni istanza figurale ritrova in un archetipo letterario la propria cartina tornasole. È il caso del veliero capovolto di Massimo Rizza, silloge che ha vinto nel 2016 il concorso Opera Prima di Poesia 2.0, tutta incentrata sul percorso immaginifico e metasemantico di una sorta di tu lirico corrispondente, se è possibile pontificare tra archetipi, a un moderno antieroe joyciano che scandisce il proprio nostos interiore riconfigurato attraverso le varie fasi di un’esistenza particolare. La materia letteraria di cui è composto l’archetipo sottintende che il veliero in questione, capovolto di senso, coli a picco verso la fine delle significanze univoche o verso una rinnovata assenza di definibilità che è contemporaneamente presenza a se stessi nel tu dialogico, «on an Odissey of self-discovery», come recita l’inno all’Ulysses dei Dead Can Dance: perché il magma incandescente che pulsa e borbotta sotto il mantello del linguaggio sospinge ogni pioniere quantico ad andare alla deriva nella pangea della parola, a ricercare se stesso e l’altro da sé alla luce diafana di un poetare analogicamente connesso con la sostanza umana universale. Il tu apostrofico della silloge, come un nuovo Ulisse, «naufrago dell’impotenza» e in balia delle onde dell’inconscio, ovvero del «tu sepolto» che richiama l’indecifrabile introspezione del porto ungarettiano, ermetico nel senso pieno e misteriosofico del termine, si ritrova a viaggiare sui binari paralleli di un errare metamorfico, di un vagare nell’attesa (parola tema ricorrente) che è sospensione nell’ignoto dell’esserci, ovvero, con le parole del poeta, nel «cuore dell’attesa» fra le «atrabili labbra dell’assenza». Scopo supremo del viaggio è, come si diceva, «l’ultima visione della fine», la figuralità di una siepe leopardiana al contrario che non consente la visione entropica dell’infinito, bensì lo scandaglio disilluso del finito e del perfectum. La percezione estetica del Dasein, in questo senso, è ricondotta dall’autore alla natura syn-logistica del senso e «posta nell’anticamera del testo»: è, insomma, una trama che riesce a offrire la prefigurazione del «senso della fine» giacché l’esistenza, sia essa scandita attraverso sequenze per una storia d’amore o corpi in attesa, si accoccola in posizione quasi logico-fetale, nel «fondo del discorso», nel ventrale fluire del presente che ritrova, nell’alveo confortante dell’istante, la sua catartica fissità, come in un cielo di stelle fisse in cui incidere la forma del linguaggio, giacché «i punti della costellazione si colgono muti dove assenza e divenire regolano l’effimero al mutare della parola». L’attitudine filosofica ravvisabile nel textus, nella trama a granaglie speculative di Rizza, affida l’opera all’ampio alveo della poesia di ricerca e sospende il giudizio di liricità laddove i confini, già prima estremamente labili e aleatori, fra le due istanze del poeticumcitate, in questa opera enigmatica e densa sembrano aver perso, da un punto di vista sia critico che estetico, completamente mordente e significato, in direzione di una superiore fusione degli opposti. Come sempre accade, si accennava all’inizio, a ciò che è possibile chiamare, in un rinnovato sapere aude!, davvero poesia.

__________________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Massimo Rizza, Il veliero capovolto, Anterem Edizioni, 2016, finalista.

Maurizio Manzo e il rizomatico potere della Parola – Demiurgo

Maurizio Manzo, “Rizomi e altre gramigne”, Ed. Zona Contemporanea 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

“Demiurgica la vena del mutare prospettive e destini, qualora la poesia si ponga quale dimensione di ordine liturgico”, ha scritto Gian Ruggiero Manzoni in una breve nota critica preposta a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo. Ordine liturgico e rizomatica demiurgica mi sembrano definizioni pertinenti al fare poetico di questo versificatore originale che non disdegna i riferimenti filosofici del poststrutturalismo per offrire al critico e al semplice fruitore la chiave di lettura della propria poetica, a cominciare dalla citazione tratta da Millepiani posta in calce alla propria opera: “…il rizoma connette un punto qualunque con un altro punto qualunque e ognuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a tratti della stessa natura, mette in gioco regimi di segni molto differenti e anche stati di non-segni. […] Un rizoma non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza”.

Se ne deduce che la poesia, per Maurizio Manzo, possiede una natura deleuzianamente nomadica e organica, strutturata com’è per successive stratificazioni, percorsi randomizzati e sentieri ininterrotti che si biforcano intrecciandosi sui crinali indecidibili della significanza polirematica ma che, nell’assemblaggio del discorso poetico, decidono razionalmente di darsi un senso; e tuttavia questa de-cisione si compie nell’istante stesso del proprio de-cedere, ovvero nell’atto indefesso e mai lasso del mancamento di univocità e di-rezione.

In questo senso, un libro di poesia non è altro che è un espositore prefabbricato (per dirla con un concetto di Gianluca Zoni), in cui i nodi rizomatici si connettono all’interno di un sistema aperto in cui fare Rete semantica, interconnessione e hyperlink logografica diviene per il poeta il primum. Si può infatti immediatamente osservare come la maggior parte dei componimenti della silloge siano strutturati in una strofa di cinque versi ampi, abbondantemente ipermetri, antimusicali nella forma e crassamente antifrastici e stranianti nel contenuto. L’unità sintagmatica preferenziale che Maurizio Manzo sviluppa sistematicamente è proprio il verso in quanto tale, che deve essere internamente considerato nel suo dispiegarsi come un tutto attraverso i nessi interni che lo abitano e lo animano. La liturgia della Parola, per questo motivo, si ritualizza attraverso una forma espansa e reiterata, quella strofica appunto, fenomenologizzata talvolta in un lirismo metamorfico, ovvero trasformato dalla chimica lessematica del gioco linguistico di volta in volta assembrato, altre volte sotto forma di labili connessioni di significato fra il titolo e il proprio dispiegamento ex-hibito. Una ritualità allopatica e antinaturista, elaborata dal Poeta-Demiurgo nel laboratorio segreto della mente, sia che si diano alla lettura scorci sentimentali e paesaggi interiorizzati, sia che vengano messe in atto descrizioni quasi alla Ponge di oggetti, gesti, sensazioni, in una sorta di Alchimia del Verbo 3.0 in cui la libera lezione associativa tra immagine e percezione di Rimbaud non è che una delle vaghe suggestioni sparse nel testo.

_____________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne, Zona Contemporanea 2016, segnalazione.

L’irreprensibile loquacità delle cose in “Canti di Stagione” di Alessandro Lanucara

Interferenze – Il Festival di Bologna In Lettere 2017

Di SONIA CAPOROSSI * 

Nei Canti di Stagione di Alessandro Lanucara percorre l’intera struttura un filo rosso di significanza di natura eminentemente tecnica, un conduttore formale che traduce in sostanza e contenuto la materia poetica di turno: una forma, a ben vedere, tecnicamente abbastanza tradizionale, che tuttavia risulta rinnovata nell’impianto e nell’uso peculiare del poeta, fino al parossismo dell’associazionismo semantico e della libera fluenza del verso. Stiamo parlando dell’elencatio, del vibrante affastellamento delle cose alle cose e delle parole alle parole, utilizzato ad arte, nelle poesie di Lanucara, per ottenere l’effetto debordante della stratificazione delle memorie e dei ricordi di un passato quasi inteso ancestralmente come valigia dell’anima in cui (s)cambiarsi emozioni e sensazioni, attraverso sovrapposizioni immaginifiche continue, sempre ricomposte da un ordine interno di natura materica, carnacea, sanguigna e scomposte sistematicamente, a loro volta, dal crudele impatto con la dura e incallita scorza della realtà. L’altro aspetto formale di riferimento è la dimensione della poesia narrativa, di ampio respiro, in cui le immagini e le situazioni di volta in volta descritte assurgono a loro volta ad exempla carismatici. E quando si parla di poesia narrativa, la presenza dell’anelito alla poesia civile è di prassi, qui tuttavia rivissuta attraverso una lucida e solida fusione con un’istanza lirica per niente aulica, anzi, la più disincantata e cruda che si possa immaginare.

La dimensione poetica di Lanucara ruota intorno all’uso politropico di alcune parole cardine, ossessivamente reiterate all’interno del testo con continui spostamenti e shifting di significato che ampliano le possibilità interpretative e la tavolozza descrittiva del poeta/pittore: nel primo componimento, ad esempio, la parola cardine è lamiera/lamiere, come emerge già nel titolo: fredda lastra di metallo multiuso e multisignificante, metafora cruda ed esangue dell’oggettualizzazione dell’essere umano nella società postcapitalistica attuale, che raggela o imprigiona nell’asfissia della propria asettica atonalità i sensi e le sensazioni nonché le relazioni individuali in ogni loro aspetto, fino alla percezione estrema della solitudine esistenziale e all’ampliamento di tale visione a una superiore universalità di stato e condizione umana.

Nel secondo componimento emerge il tema del corpo, la corporeità sia reale che metaforica, vissuta tramite una commemorazione sospesa nello spazio e nel tempo in virtù di una sorta di saviniana e onirica tragedia dell’infanzia, in cui i ricordi del passato più remoto ritornano e si incalliscono nella memoria finalmente per restare come incrostazioni molecolari di materia corporea a loro volta.

Nel terzo componimento, ad emergere è invece la volontà d’assenza, quel “vorrei andarmene” ripetuto ossessivamente come concedesse un’autodeterminazione nella carta d’identità dell’universo, in senso quasi prufrockiano ed eliotiano, attraverso la sparizione, la volatilizzazione, la dissipatio humani generis, la morte reale o metaforica anch’essa, perché reinterpretata alla luce di un’ermeneusi analogica di natura radicalmente differente rispetto alla domanda esistenziale per eccellenza: quella sul perché l’Essere sia e non si dia piuttosto il Nulla.

Esiste, insomma, un’irreprensibile loquacità delle cose nella poesia di Alessandro Lanucara, una capacità del linguaggio poetico di parlare per libera fluenza dell’essere e per segnali metaverbali cognitivizzati nel passaggio attraverso il filtro pulsante e impuro della corporalizzazione del verso, attraverso un versificare programmaticamente esuberante e straripante oltre i confini del poemetto.

È una poesia degli oggetti e dei correlativi oggettivi, che gronda realtà senza trasfigurarla, nella totale assenza di qualsiasi pulsione astraente, bensì raffigurandola, in senso etimologico, ovvero rafforzandola nella potenza mai inespressa della sua stessa imago. La poesia di Lanucara, dicevamo, affonda le radici nella fusione perfetta e compiuta di poesia civile e poesia lirica, nella condensazione in forma di poemetto delle suggestioni di un Novecento malato e trapassato, nel senso di rivissuto alla luce della postmoderna sensibilità del poeta ma anche trasfigurato nelle sue tensioni più riposte e risollevato, o tolto (aufgehoben in senso hegeliano), conservandone le parti migliori per una superiore sintesi di intonsa impurezza.

Poeta impuramente onesto, Alessandro Lanucara, che fa dello sporcarsi le mani nel testo poetico la propria regola maledettina, individuando così, nonostante un evidente novecentismo di fondo, un’identità differenziale nel panorama ultracontemporaneo italiano.

_____________________________

* Motivazione letta in occasione della serata dedicata alle menzioni e ai premi speciali del concorso Interferenze – Festival di Bologna In Lettere 2017: Alessandro Lanucara, Tre Poesie da Canti di Stagione, Sezione C Poesie Singole inedite, Premio Speciale del presidente delle giurie.

Bologna In Lettere 2017 – Interferenze Atto VII: Alessandro Brusa, Enzo Campi, Sonia Caporossi

La presentazione dell’ultimo libro di Sonia Caporossi nel Settimo Atto del pre-festival di Bologna In Lettere.

CRITICA IMPURA

Bologna in Lettere 2017

INTERFERENZE

logo-x-pag

Ultimo appuntamento intermedio prima delle giornate conclusive di maggio.

3 anteprime assolute

Libreria Ubik Irnerio

Via Irnerio 27 Bologna

Sabato 22 Aprile ore 18.00

Alessandro Brusa, In tagli ripidi, Perrone Editore

Enzo Campi, ex tra sistole, Marco Saya Editore

Sonia Caporossi, Da che verso stai?, Marco Saya Editore

Con un intervento critico di Francesca Del Moro

loc - 22 aprile ubik

Alessandro Brusa, In tagli ripidi, Giulio Perrone Editore

Il corpo è uno spazio geografico, un territorio da mappare ed esplorare. Abitarlo significa conoscerne i confini, costruire strutture in grado di garantire un riparo. Chi abita il corpo accetta di viverlo anche inpunta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti. Forse la poesia di Alessandro Brusa nasce proprio da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita: “…non sononata / per…

View original post 890 altre parole

Interferenze, primo step: 26/11/2016: Marthia Carrozzo e Lidia Riviello a Bologna In Lettere. Con un intervento critico di Sonia Caporossi

 

Bologna in Lettere riapre le danze e inaugura la nuova stagione di eventi. Sabato 26 Novembre, ore 18.30, presso il Cortile Café in Via Nazario Sauro 24. Il programma della serata prevede la presentazione di “Sonnologie” di Lidia Riviello (Zona Contemporanea Edizioni) e “Piccolissimo compianto all’incompiuto” di Marthia Carrozzo (Besa Editrice). A cura di Enzo Campi e con un intervento critico di Sonia Caporossi. Nel corso dell’evento si parlerà anche degli eventi in fase di costruzione e delle idee che animeranno le “Interferenze” delle giornate di Maggio.